L’Ipod di Steve Jobs, la linea rossa di Chicago e la Stazione della metropolitana di Piazza Corvetto. Non ci rimangono che le provocazioni.

27 ottobre 2009 alle 23:55 | Pubblicato in Metropolitana | 1 commento

Surfando la ragnatela (letteralmente “navigando su internet”) ieri mi sono imbattuto in una notizia che ha destato la mia curiosità offrendomi uno spunto molto ghiotto:

Apple Inc., colosso dell’informatica e del multimedia, mamma del Macintosh (il computer dei grafici e dei dandy), dell’iPod (lo scatolotto magico che sta in fondo ai fili bianchi delle cuffiette), di iTunes (il sito per il download di musica e film che resiste al peer to peer) e del più trendy telefonino multi-touch (iPhone dei mie desideri) ha elargito un cospicuo contributo per la ristrutturazione di una stazione sulla linea rossa della metropolitana di Chicago, attualmente (e ancora per poco) nota come “North & Clybourn”. Spicciolo più spicciolo meno si tratta di 4.000.000,00 dollari (fonte www.ChicagoBusiness.com).

Aspettate, non vorrei che vi fosse sfuggito qualche zero, è il caso di ritornarci, ho detto proprio “quattro milioni di dollari”.

A che pro? vi chiederete voi, che da bravi genovesi conoscete bene il valore della moneta sonante: evergetismo? No, marketing! Proselitismo del marchio.

Tradotto in soldoni, Apple Inc., a fronte dello stanziamento di cui sopra, ottiene la proprietà esclusiva di tutti gli spazi pubblicitari all’interno della stazione, la scelta del nuovo nome della fermata (l’ultima frontiera del marketing, il naming, vedi “Mazda Palace”, “Emirates Stadium”, etc) e ovviamente tutto il ritorno di immagine implicito in una iniziativa… stravagante (non per nulla l’iPod è finito anche su Basilico!).

Ma che c’entra Chicago, patria di Al Capone e di Barack Obama, con la bistrattata Zena, patria di Donato Bilancia e di Giuseppe Mazzini, vi domanderete voi?

Nulla purtroppo, a meno di non improvvisare improbabili paragoni tra l’ardita Sears Tower e la vecchia lanterna, il forte vento che scuote le coste del lago Michigan e la tramontana che scende dagli appennini e fa fischiare i carrugi stretti. Nulla, a meno del fatto che entrambe le amministrazioni cittadine si trovano a fare i conti con ristrettezze di bilancio e operazioni di finanza creativa al fine, tra l’altro, di venire a capo delle problematiche del trasporto pubblico (Chicago parte dall’esiguo vantaggio di 8 linee spalmate su 166 chilometri a fronte della metropolitana in salsa al basilico: 1 linea che si trascina per ben 5,3 km!).

Appresa la lezione americana punto un post it sulla scrivania di Marta: suonare il campanello di Apple, (ma anche di Melinda e Marlene, Fiat e Pirelli, ERG e Giochi Preziosi, Ansaldo e Fincantieri), offrire su un vassoio d’argento spazi pubblicitari, commerciali (il trucco è che la stazione deve trovarsi in prossimità di un negozio col marchio della mela morsicata), nome, logo e insegna della stazione della metro di Piazza Corvetto e riportare a casa un lauto bottino (certo non vorremo svendere per due spicci la fermata della city!).

Qui però devo fare un passo indietro, perché forse non tutti sanno che ad oggi non è (più) prevista alcuna stazione di Corvetto. Infatti, il piano dell’attuale amministrazione municipale prevede di collegare la stazione di De Ferrari al capolinea di Brignole senza che il treno faccia fermate intermedie. Non che sia sempre stato così, però. Perché nell’ambizioso (o minimo, questione di punti di vista) progetto varato dalla giunta Pericu, era prevista una stazione tra Via San Giacomo e Filippo e i giardini dell’Acquasola (questa volta senza nuocere agli alberi, passando ben sotto la necropoli e le radici degli olmi secolari), stazione che non verrà realizzata causa l’ennesima falla nelle casse municipali: i 40 milioni di nostrani euro necessari per realizzare l’opera nella sua completezza paiono davvero introvabili.

La soluzione di compromesso ha previsto dunque la realizzazione di una semplice predisposizione (lo scavo del camerone) in ottica di poter allestire la stazione in un momento successivo (e più florido per la municipalità). Peccato che questa soluzione si fondi su una grossa bugia: l’allestimento della stazione intermedia tra De Ferrari e Brignole comporterebbe l’interruzione del traffico su tutta la tratta, una ipotesi che, una volta entrato in servizio il sospirato prolungamento (6 anni tondi dall’inaugurazione della stazione di De Ferrari, lo stesso tempo in cui a Milano costruiranno una linea di 9 stazioni) sarebbe davvero impraticabile. Anche perché se mai dovessero scendere altri danari sulla metro questi verrebbero sicuramente dirottati sulla sua necessaria (per quanto osteggiata) estensione.

Adesso che abbiamo ripassato le ultime puntate della Dinasty di via Garibaldi (a costo di sembrare del tutto ottuso) insisto sulla mia strampalata proposta e per farlo chiamo in causa le ultime vicende cittadine.

Se Garrone con pubblicità e negozi pensa di tenere in piedi una costruzione artificiosa e futile come lo stadio di calcio, perché non si può fare lo stesso per un’opera fondamentale quale la rete di trasporto pubblico?

Se Trenitalia ha riempito le stazioni di Brignole e Principe di una quantità di monitor manifesti e slogan urlati dagli altoparlanti che ogni volta che vado a prendere il treno mi sembra di essere catapultato in 1984 di Orwell, perché non cercare di racimolare qualche soldo facendo entrare la pubblicità nei corridoi della metropolitana (magari evitando gli eccessi di Moretti & Partners)? Dal punto di vista pubblicitario, infatti la metropolitana è decisamente sottosfruttata, ma si sa, AMT i propri fondi preferisce di gran lunga prenderli dalla borsa degli utenti.

Visto che, e qui parlo con un po’ di tristezza, prima o poi la pubblicità salirà sulla metropolitana, tanto vale allora anticipare una prospettiva e anzi, cavalcarla a mo’ di cavallo di Troia.

Ma non solo di pubblicità si (soprav)vive. E attorno al brulicare di persone che entrano ed escono da una stazione della Metro c’è spazio per una moltitudine di servizi. Dai negozi che affollano l’atrio, agli operatori di telefonia mobile che (a Genova come succede nelle altre città del mondo) pagherebbero soldi cash per poter disporre di antenne all’interno della linea sotterranea, in modo da poter offrire l’imprescindibile servizio di telefonia mobile anche agli utenti del servizio di trasporto sotterraneo. Per non parlare di hot spots wi-fi per navigare su internet (ovviamente a pagamento) col proprio portatile poggiato sulle ginocchia, come già avviene in tante stazioni e aereoporti. Insomma, al di là delle provocazioni, e della magnanimità del benefattore di turno, come i fatti più volte hanno dimostrato, se c’è la volontà di realizzare un’opera, molteplici sono le vie per raggiungere il traguardo. La fantasia aiuta, ma la buona volontà è imprescindibile.

1 commento »

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  1. Mi sfugge una cosa… Ma non è questo il sito su cui si leggono critiche al sindaco per la sponsorizzazione dei vicoli da parte dei privati, col rischio di vicoli di serie A e di serie B?
    Con la stessa logica mi sarei aspettato la condanna di un’idea che implicitamente comporterebbe fermate di serie a e di serie b (o più probabilmente fermate esistenti e non esistenti), cioè fermate di interesse per gli sponsor e fermate non interessanti.
    E se mi si replica che i soldi degli sponsor potrebbero permettere al Comune spese in altre fermate, replico che alla stessa stregua i soldi degli sponsor dei vicoli buoni permetterebbero di investirli in quelli “cattivi”.
    Dove sta il busillis? Quando gli sponsor sono buoni e quando cattivi? A seconda di cosa ne pensa Marta vincenzi, e a contrario?
    Cordialità,
    Leman


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